La diagnosi di Patrizia è arrivata nel 2025, all’improvviso, durante un controllo di routine.
Il suo non è il racconto di una malattia ma di come la consapevolezza, la connessione e persino l’ironia possono diventare strumenti necessari per attraversare il dolore. Un percorso fatto di tante emozioni diverse e di un diritto rivendicato con forza: quello di essere felici, anche dentro una prova difficile. Originaria della provincia di Verbania, Patty (come la chiamano e conoscono tutti) ha 52 anni ed oggi vive a Locarno, in Svizzera.
È il 2 ottobre 2025, sono le 9:24 del mattino. L’orologio si illumina: una chiamata in entrata dallo studio del ginecologo. Per un istante penso di aver dimenticato un controllo e mi chiedo quanto tempo sia passato dall’ultima visita. Chiedo al collega se posso uscire un momento, convinta che sarà una cosa veloce. In realtà bastano poco più di due minuti. Due minuti e ventiquattro secondi che sembrano dilatarsi all’infinito: come se il tempo avesse cambiato consistenza, come se ogni parola avesse un peso diverso.
Dieci giorni prima avevo fatto una mammografia di routine e nulla faceva pensare a qualcosa di serio. Ora, invece, mi parlano di «microcalcificazioni sospette». Da quel momento tutto accelera e, allo stesso tempo, tutto sembra rallentare: visite, esami, approfondimenti, ecografie, TAC, biopsie. Una sequenza serrata di appuntamenti che si sovrappone a un silenzio interiore sempre più denso. Poi arrivano le parole. Tante parole. Parole che non avrei mai voluto ascoltare e che invece diventano improvvisamente parte della mia vita.
Carcinoma.
Triplo negativo.
Invasivo.
Parole tecniche, fredde, che si mescolano a sigle, percentuali, numeri. Parole stampate su fogli da leggere e firmare: informative, spiegazioni, consensi. Parole che cercano di dare ordine a qualcosa che dentro di me è ancora caos. Arrivano anche le parole che devo pronunciare io: quelle da dire ai miei genitori, a mia sorella, agli amici, e ai colleghi. Parole scelte con attenzione, misurate – a volte protettive, a volte tremanti. Poi ci sono le parole che dico a me stessa la sera, nel silenzio di casa, con la gatta acciambellata accanto, oppure sul treno, mentre vado al lavoro o a una visita. E ancora, nei momenti sospesi, quando tutto intorno continua come sempre ma dentro di me nulla è più uguale. Non mancano le parole degli altri, che non risolvono la situazione ma che tengono compagnia: «Dimmi quando vuoi per un caffè», «Domani passo», «Ci sono», «Non ti mollo». In ultima ci sono anche parole taciute, quelle che non vengono dette per pudore, per non ferire, ma che si sentono lo stesso perché passano attraverso gli sguardi, i gesti e le mani che si stringono più forte del solito.
In tutto questo, succede qualcosa che mi sorprende: mi sento serena. Non sempre è facile, e non lo è neppure adesso, ma mi sento leggera, perfino allegra. Non felice per il cancro, ovviamente: felice nonostante il cancro. In fondo, dove sta scritto che non posso esserlo? Se il cancro si porterà via tante certezze, perché dovrei regalargli anche il mio sorriso?
Mi sento spesso profondamente grata. Grata perché ho potuto fare prevenzione e grazie a questo l’ho scoperto presto. Grata perché posso curarmi. Perché ho attorno persone che mi sostengono e pure perché vivo in una parte fortunata del mondo. Quando scendo in piazza a manifestare penso alle donne in Palestina e in tanti altri Paesi che vivono nell’inferno della guerra e capisco che questo non cancella la mia paura, ma non cancella nemmeno il diritto di sentirmi grata per ciò che ho.
Dentro questa esperienza vedo anche opportunità: vivere meglio i prossimi anni, fare le cose che desidero, continuare a progettare futuro.
E poi c’è lei: l’ironia, il mio salvavita. Quella che mi dà energia, che mi fa muovere, che mi permette di affrontare anche le spiegazioni più tecniche e i momenti più bui. So che posso contare su di lei per risalire.
Quello che mi ha aiutata davvero, fin dall’inizio, è stata la consapevolezza: è il cuore della mia pratica da oltre trent’anni. Meditazione, lavoro su di sé, crescita personale: non sono teorie ma sono strumenti che mi hanno tenuta in piedi. Ricordo ancora quando tutto è iniziato, negli anni Novanta, durante una depressione profonda accompagnata da attacchi di panico: cercavo una boa per non affondare.
E oggi mi chiedo: com’è possibile che il ricordo di quella depressione mi sembri più spaventoso di una diagnosi di cancro? La risposta arriva chiara: la connessione.
Allora ero disconnessa da tutto, soprattutto da me stessa. Oggi sono connessa alla mia famiglia, agli amici, alla mia parte più vera. Ed è questa connessione che mi permette di attraversare il cancro non solo con fiducia e serenità ma perfino con gratitudine e gioia.
Se potessi parlare a una donna che ha appena ricevuto la diagnosi non le darei consigli, vorrei solo stringerle le mani e dirle che non è sola. «Ci sei tu con la tua forza e ci sono le connessioni che puoi costruire attorno a te che ti sostengono, ti proteggono e ti rendono più forte». Vorrei dirle che dentro di lei c’è spazio per tutte le emozioni: rabbia, paura, tristezza… ma anche gioia, perché anche nella malattia si ha diritto di essere felici. E che, quando si sentirà sola, potrà chiudere gli occhi e sentire che siamo in tante, in questo cammino. Ognuna con la propria storia, tutte unite da una stessa umanità.
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